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POCHI PC A SCUOLA? LA SOLUZIONE SI CHIAMA TRASHWARE

Quando dico che nelle scuole mancano i PC, penso che nessuno si scandalizzi o affermi il contrario. Forse in alcuni casi le scuole hanno molti pc che non funzionano più correttamente, ma questo non cambia la sostanza dei fatti: non ci sono computer da poter far utilizzare ad insegnanti e ragazzi.

Le cause dei malfunzionamenti sono spesso banali: ogni tanto basterebbe una bella pulita ai contatti della scheda video per far ripartire un PC dato per spacciato, ma è anche vero che se non ci sono insegnanti che sanno dove “mettere le mani”, ci si deve affidare a centri specializzati (il più delle volte seri, altre volte un po’ meno) che hanno tempi e costi non indifferenti.
Quindi, volendo riassumere, non ci sono PC e non ci sono soldi né per riparare gli esistenti, né per comprarne di nuovi. Una situazione della quale siamo ormai tristemente consci.

Come se non bastasse l’addio di Microsoft a Windows XP complica notevolmente le cose, perché, anche senza percentuali precise, è facile immaginare che la maggior parte delle macchine presenti nei nostri istituti montano proprio il sistema operativo più utilizzato di sempre. E ora? Vi invito caldamente a dare un’occhiata a questo articolo per capire quali siano le conseguenze a breve termine della fine dell’assistenza da parte del colosso di Redmond.

Insomma, abbiamo tra le mani PC non funzionanti, oppure sull’orlo dell’obsolescenza e presto destinati ad essere presi di mira da parte di tutti gli hacker del mondo (termine improprio, lo so). Una soluzione comunque ci potrebbe essere, e si chiama Trashware:

Il trashware (parola composta derivata dalla contrazione dei termini inglesi trash, spazzatura e hardware) è la pratica di recuperare vecchio hardware, mettendo insieme anche pezzi di computer diversi, rendendolo di nuovo funzionante ed utile.
Parte integrante del trashware è l’installazione di software libero, ad esempio il sistema operativo GNU/Linux, per portare avanti lo spirito della libertà d’iniziativa.
(fonte Wikipedia)

Non si tratta quindi di qualcosa che mi sono inventato io sul momento, ma di una pratica che, in altre parti del mondo, è ormai una realtà consolidata. Aziende private e pubbliche mettono a disposizione di scuole o enti il proprio hardware, ovviamente funzionante, che viene portato a nuova vita grazie a sistemi operativi come Linux Ubuntu, che hanno il pregio non indifferente di essere leggeri, performanti e soprattutto gratuiti. Se la direzione è questa i più restii tra di voi si mettano l’anima in pace, perché ci sarà da imparare ad usare un nuovo sistema operativo. Ma non vi preoccupate: vedrete che nel cambio non rimarrete delusi. Proprio ieri ho illustrato a delle colleghe i benefici di avere un laboratorio d’informatica con Edubuntu, la versione educational di Ubuntu, e dopo un primo momento di titubanza, sono rimaste piacevolmente sorprese dalla varietà e dalla potenza del software didattico che viene fornito senza spendere un centesimo.

La cosa positiva è che in Italia ci sono già esempi positivi a livello di trashware, e vengono sia da gruppi informali, come PcDonato, che opera nella zona di Pisa, oppure l’associazione studentesca di Trashware Cesena; ma anche direttamente da Uffici Scolastici, come quello di Como che ha lanciato l’iniziativa Rigeneri@mo, della quale vi voglio parlare in breve.
Rigeneri@mo è il classico percorso trashware fin qui descritto, ma ampliato in maniera intelligente grazie alla Onlus Progetto Nuova Vita. I PC vengono recuperati ed equipaggiati di software Open Source, ma per poterne fare richiesta le scuole devono soddisfare dei prerequisiti, tra i quali la disponibilità degli insegnanti a dei corsi di formazione sull’utilizzo critico e positivo della Rete, ma soprattutto sull’utilizzo delle risorse didattiche disponibili in ambito open. Sulla carta si tratta di un progetto eccellente e da replicare, per quanto possibile, in tutta Italia.

Mi domando: il Governo non potrebbe incentivare i privati a donare il loro hardware ancora funzionante alle scuole dei loro territori, magari con dei piccoli sgravi fiscali? Credo che possa costare sicuramente meno che comprare continuamente PC nuovi, con le relative licenze, le quali costano un’occhio della testa. Senza contare l’abbattimento a livello di rifiuti solidi! Cara Ministro, ci pensi, non è un qualcosa d’impossibile, anzi…

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